Alla fine Luigi l’ha trovata, Scovazze.

C’è un lettore che vive dalle parti di Mira (VE), si chiama Luigi, e ho già raccontato di lui perché quando lesse “Piccola Osteria senza Parole” mi scrisse per dirmi che non aveva resistito: era saltato in macchina per andare a cercare Scovazze. Senza trovarla naturalmente. Poi, ieri sera, è spuntato dalla porta dei Kankari di Marano di Mira dove, con i Do’Storieski, abbiamo provato a incrociare per la prima volta il mio romanzo e le loro canzoni in uno spettacolo intitolato “Nella Piccola Osteria”. Luigi si è messo in un angolo, accanto al bancone, ha ascoltato tutto fino all’ultima parola e poi è sparito. Quando ho alzato lo sguardo non c’era più.

Stamattina mi ha scritto così…

“Scovazze l’ho cercata per un po’, senza trovarla. A un certo punto ho rinunciato a farlo, tanto le sue vibrazioni riverberavano ancora in me. Io sono un tipo da pasticceria, da caffè in centro, da locale veganovegetariano. Ma le osterie con straeche incorporate, con briscola a segni, da vino nero nero le ho conosciute nella mia infanzia; per questo il riverbero lo sento.

Allo stesso tempo, per educazione impartita, in quei luoghi non ho mai vissuto; e con me tanti altri. Ieri sera sotto una pioggia battente mi perdo vicino a casa mia. Certo… perso. Ci si può perdere a cinque minuti da casa. Strade che si pensa di conoscere e che invece ti portano dentro un passato, di quelli che fai a fatica a ricordare.

Un locale era aperto, ma più che locale era una luce fioca… lontana. Entro… e ho capito dove ero capitato. Nella Piccola Osteria. Scovazze.

Io la cercavo dalle parti di Sindacale, San Donà, San Michele al Tagliamento. Veneto Orientale insomma… dove la esse viene sostituita dalla zeta. Invece era a cinque minuti da casa mia. A tre minuti da dove sono nato. “Ma che mondo guardo se non conosco quello che è attorno a me?” mi chiedo.

Odori buoni, accoglienza, (“varda… no sta farte problemi… sentite là”), un piccolo palco, due chitarre, tre voci. Due che cantavano canzoni che appartenevano anche a me, uno che raccontava. Di Gilda, di Bruno, del Paroliere…

Le canzoni impastavano le parole raccontate come una pappardella con il cabernet. Esaltanti per poi addolcire. I personaggi… che belli. Fatalità li conoscevo, quelli che venivano descritti. Poi guardavo chi c’era in quella stanza, chi stava ascoltando con me, ed erano persone che mi sembrava non volessero più correre. Mai più. Basta mutui, briefing, commercialista, anticipo, Ici, previsione di spesa, contratto, laminatura. Solo respiro, ascolto, storie, vino, calma. Commozione forse…

Adesso la strada la conosco. So arrivarci. Andrò a mangiarmi una straeca mentre ne ascolto altre in religiosa devozione. E a leggere le storie che vedo negli occhi di chi è dentro la Piccola Osteria.”

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