Il Liceo Aleardi (Verona) è Bellissimo!

Ritornare a scuola, in un Liceo, venticinque anni dopo, è stato Bellissimo per davvero. La professoressa Annamaria Duce, che ha dato da leggere il romanzo a tutte le sue classi durante l’estate, mi aveva detto: «I ragazzi sono emozionatissimi. È la prima volta che vedono uno scrittore vivo!». E io mi sono sentito più vivo che mai, nell’Aula Magna dell’Istituto Aleardi di Verona, davanti a questi duecento ragazzi per un paio d’ore che sono volate via. Ho sentito il peso di tutte le risposte che ho dato loro, decidendo a un certo punto di lasciarle scivolare leggere purché arrivassero vere. Sono uscito da lì con la sensazione, la certezza, di aver imparato moltissimo.

Le vetrine Bellissimo!

Molte libreria d’Italia si sono lasciate travolgere dalle atmosfere di Bellissimo, ma alcune lo hanno fatto in maniera speciale. Ecco cosa è successo…

La Libreria Pagina 348 di Roma ha acceso un paio di candele alla Virgen de Guadalupe, ha recuperato i libri dallo scaffale di Teresa Rodriguez e il djembe di Miguel, ha disteso una bandiera tricolore e poi ha lasciato decine di farfalle a svolazzare in vetrina, arrivate dal Messico, sospinte lì da un vecchio ventilatore.

La Libreria Lovat di Trieste ha innalzato un vero e proprio altare dedicato al romanzo, che è anche la sagoma della Madonna messicana. I miracoli esistono.

Ancora a Roma, nel quartiere tuscolano, la Libreria Risvolti ha portato tutto il romanzo lì dentro, in vetrina, sullo sfondo del Messico e di un’amaca appesa, accanto a un sombrero e alla sedia di Clarabella Sanchez nel piazzale dei Moya dove spiccano le foto Polaroid dei luoghi narrati nella storia.

Verona, Libreria Pagina Dodici. Non si può sentire, ma oltre i flores chempasuchil, oltre il papel picado, oltre la bambolina messicana, la foto della Vergine col cuore ex-voto e oltre i punti salienti della storia riscritti sui post-it c’è la musica di Jarabe Tapatìo che passa di sottofondo, come se il mangianastri di nonno Hermenegildo fosse lì, acceso.

E questa vetrina non è Bellissimo? Dalle mani dei librai della Ubik di Castelfranco Veneto la copertina del romanzo diventa un’immagine che si staglia oltre il vetro, come Miguel nelle prime righe della storia. C’è un fiore che vorrebbe diventare una farfalla. E c’è una vetrina che diventa un romanzo.

Diario di un viaggio letterario Bellissimo (6). LE PERSONE LIBRO.

MOSTRA DEL LIBRO DI CINTO CAOMAGGIORE (VE).

Un’estate di qualche anno fa, dietro ad alcuni amici, mi ritrovai nel patio di una locanda in un piccolo paese non lontano da Scovazze che si chiama Teglio Veneto. Andavo ad ascoltare le Persone Libro (dell’Associazione Donne di Carta), di cui peraltro non sapevo quasi nulla. Finimmo seduti in cerchio, una ventina di presenti in tutto, personaggi secondari e protagonisti mescolati insieme. Alcuni si distinguevano dagli altri perché tenevano in pugno una risma di fogli; altri sembravano lì soltanto per ascoltare, come me.

Poi, in ordine sparso, chi di loro se la sentiva si alzava in piedi, senza presentarsi, senza spiegare. Dicevano solo «Io sono Siddharta di Herman Hesse» oppure «Io sono Il bar sotto il mare di Stefano Benni» o «Io sono Cent’anni di Solitudine di Gabriel Garcia Marquez». Dopodiché citavano a memoria un passaggio di quel romanzo, come i ribelli di Fahrenheit 451, in un certo modo diventando quel libro, rappresentandolo in carne, ossa e voce e divenendo pagine, righe, parole per strapparle all’usura del tempo e liberarle nell’aria, diffonderle intorno.

Un atto d’amore purissimo per la letteratura.

Fu una serata emozionante, al termine della quale non riuscii a nascondere a me stesso il desiderio di assistere un giorno alla metamorfosi di un mio libro in una Persona Libro. Un desiderio che dimenticai nel tempo che passò – trascorsero tre anni da quella sera – fino a quando mi dissero: «C’è qualcuno che cita a memoria Piccola Osteria senza Parole». Si chiama Massimiliano Nicodemo, scoprii poco più tardi, ha all’incirca la mia età, per mestiere vende mobili e intanto sogna di recitare a teatro; soprattutto, possiede una rara delicatezza d’espressione e quando cita a memoria le frasi che ho scritto mi costringe ogni volta a domandarmi se davvero le abbia scritte io.

Insieme a lui e poi insieme alle Persone Libro abbiamo raccontato i miei romanzi. L’ultima volta è successo a Cinto Caomaggiore (VE), una sera di maggio dentro una sala affollata di libri. E io non credo esistano tanti scrittori, nemmeno di quelli bravi, che abbiano visto coi loro occhi una decina di persone alzarsi in piedi, una alla volta, per enunciare a memoria intere parti del proprio romanzo. A me è accaduto, realizzando un desiderio che avevo espresso in segreto e moltiplicandolo, osservando la magia di uomini e donne che diventano libri: Mariangela, Ornella, Maurizio, Loretta, Pierluigi, Rosanna, Simone, Paola, Anna, Marina hanno prestato la loro voce alle mie parole semplicemente per portarle alla gente, come le avevano regalate a me in quell’estate lontana.

La pagina 112 di Bellissimo, che Massimiliano ha scelto di imparare a memoria e che mi è parso di scoprire quella sera, dice così: «Si chiede Santiago in quei momenti se è lui che non ha avuto coraggio sufficiente per pretendere concessioni che pensava impensabili. Si risponde allo stesso modo ogni volta: che magari è proprio l’amore che gli è mancato più di tutto e che dunque, forse, l’amore esiste ed è la forza con cui fare cose straordinarie in modo semplice».

A me è capitato, realizzando un desiderio che avevo espresso in segreto e moltiplicandolo, osservando la magia di uomini e donne che diventano libri.

PUNTATE PRECEDENTI:
1. Come una famiglia (Libreria Pagina 348, Roma).
2. Di passi e passioni (Libreria Ubik, Monterotondo – Roma).
3. Cosa torna indietro (Libreria Moderna, Rieti)
4. Il quartiere di carta (Libreria Risvolti, Roma)
5. L’esigenza di dire grazie (Pub Libreria Altroquando, Roma)

Diario di un viaggio letterario Bellissimo (5). L’ESIGENZA DI DIRE GRAZIE.

LIBRERIA ALTROQUANDO, Via del Governo Vecchio 81 – ROMA.

Comincia tutto il giorno in cui il romanzo va in libreria, il 6 aprile. Sono steso sul divano col computer sulle gambe e la musica di Bellissimo nelle orecchie, forse per non abbandonare ancora il Messico, in attesa di scoprire ciò che verrà. É presto, troppo presto per qualsiasi risposta: so che si tratta di aspettare alcuni giorni per toccare con mano gli effetti di quello che ho scritto, che la mia casa editrice ha pubblicato, che un furgoncino ha distribuito nelle librerie, che qualcuno ha scelto in mezzo a un mare di altri libri e portato a casa. É presto, ma vorrei che accadesse subito, che il primo lettore mi chiamasse adesso per dirmi cosa ne pensa, cosa gli piace e non gli piace e perché, se ha capito, se ha sentito.

É presto e invece succede. A metà pomeriggio, come un regalo inatteso, arriva la mail di Flavio Paioletti. Nell’oggetto ha scritto solo: “Bellissimo: grazie”. Dice che lavora in una libreria di Roma, dice che ha appena finito di leggere, dice che ha sentito un’esigenza fortissima di scrivermi, dice che è una cosa che non aveva fatto mai. Poi dice tante altre cose, che parlano del romanzo e parlano di lui e inevitabilmente parlano di me, delle parole che ho messo sulla carta e del perché l’ho fatto e lì dentro mi riportano, fra le parole, complice la musica altissima che mi preme nelle orecchie, facendomi provare un’empatia immediata per questo lettore sconosciuto, per questo estraneo che avrei potuto non incontrare mai e che incontro invece sul ponte della letteratura, nelle pagine di una storia come succede a Santiago con Soledad, con Miguel e con se stesso. C’è Flavio dall’altra parte dello schermo, ma in un certo senso c’è anche mio fratello o almeno qualcuno che gli somiglia. Ci sono io.

La sorpresa, l’attesa premiata, la tensione che si scioglie e poi la musica, proprio come quando scrivevo il romanzo: a metà della lettera di Flavio mi scendono due lacrime che lascio scivolare lungo le guance, a benedire la voce di questo ragazzo che ha sentito il bisogno di dirmi grazie. “Grazie a te, Flavio” gli rispondo. Lui mi scrive ancora, io faccio lo stesso, fino a quando lo spazio si annulla e poche settimane dopo ci incontriamo a Roma, beviamo un paio di birre con lentezza, ci ubriachiamo di vita e di libri e decidiamo di organizzare questa presentazione spalla a spalla, nella libreria dietro Campo dei Fiori dove lavora, l’Altroquando, che è pure un pub e all’ingresso espone la scritta “Siamo molto aperti”.

Una presentazione che non avevo programmato, in un posto che non immaginavo, dove Flavio piazza in vetrina dei cactus e un’amaca. La facciamo esattamente come la vogliamo fare: senza prepararci nulla, dicendo tutto quello che ci viene in mente e soprattutto leggendo alcuni brani sulle basi musicali che ho messo insieme scrivendo, sulla musica che ascoltavo quando è arrivata la sua mail e che ora scorre sotto le mie parole. Leggo per la prima volta Bellissimo in pubblico, in un silenzio che la melodia riempie di significato. Non c’è molta gente ma tutti ascoltano: un paio di avventori del pub che erano lì più che altro per bere; Ilenia, la compagna di Flavio; Silvia e Omar, che suoneranno dopo di noi qualche brano ispirato al romanzo e una manciata di ragazzi venuti per ascoltarli; Alessandro, il proprietario del locale; e poi, su un tavolino laterale, Fabrizio e Gisella, una coppia di lettori che – li riconosco – un paio di anni fa in un paio di altri posti mi avevano ascoltato raccontare e leggere Piccola Osteria senza Parole.

Hanno visto la locandina sulla vetrina dell’Altroquando per caso, passeggiando per la via nella sera di Roma. Sono entrati, mi hanno salutato, ora sono lì. E a un certo punto, mentre sto leggendo un passaggio più intenso di altri, che li raggiunge e sembra toccarli, alzo lo sguardo e con la coda dell’occhio rubo un frammento di intimità: Fabrizio solleva la mano dal tavolino e la porta sopra la mano di Gisella, come non potesse farne a meno, come sentisse la necessità di condividere fisicamente il momento con lei. Abbasso il capo, riprendo a leggere e mi domando se Flavio abbia visto, mi chiedo se si sia reso conto anche lui di quanto ci abbia portato lontano la sua esigenza fortissima di scrivermi, l’esigenza che ha sentito di dire grazie.

Dice che lavora in una libreria di Roma, dice che ha appena finito di leggere, dice che ha sentito un’esigenza fortissima di scrivermi, dice che è una cosa che non aveva fatto mai.

Una presentazione che non avevo programmato, in un posto che non immaginavo.

Dove Flavio piazza in vetrina dei cactus e un’amaca.

PUNTATE PRECEDENTI:
1. Come una famiglia (Libreria Pagina 348, Roma).
2. Di passi e passioni (Libreria Ubik, Monterotondo – Roma).
3. Cosa torna indietro (Libreria Moderna, Rieti)
4. Il quartiere di carta (Libreria Risvolti, Roma)

Diario di un viaggio letterario Bellissimo (4). IL QUARTIERE DI CARTA.

LIBRERIA RISVOLTI, Via Sestio Calvino 73 – ROMA.

Le librerie sono lo specchio delle persone che ci lavorano dentro – ne riflettono indole, idee e ideali – e perciò sono tutte diverse fra loro. Ma ogni volta che entro in una libreria indipendente so già che incontrerò qualcuno che quanto meno possiede coraggio: aprire un’attività commerciale in un paese in cui la tassazione è altissima per vendere prodotti a bassa marginalità che interessano a pochi. Perché?

La risposta, oltre al coraggio, è semplice: passione. Certi librai si attribuiscono una funzione sociale, sognano di cambiare le cose, di contribuire a rendere migliore il mondo, l’Italia o perlomeno il proprio quartiere. E mentre attraverso la Tuscolana, nell’atmosfera pigra di un sabato pomeriggio, mi domando quanti libri ci siano sui comodini e negli scaffali, oltre le finestre e le pareti, degli enormi caseggiati condominiali che sovrastano la strada. Quanto abbiano acceso riflessioni, modificato scelte, spostato le intenzioni della gente che abita questi palazzi e cammina sui marciapiedi.

Poi arrivo dove i libri escono per andare nelle case e nelle vite delle persone del quartiere: la Libreria Risvolti. Appartiene a due ragazzi che hanno aperto bottega quando erano poco più che trentenni, circa otto anni fa: si chiamano Barbara Facchini e Alessandro Fratini e dividono il loro tempo insieme, anche nella vita, da molto prima della libreria, da quando Barbara era impiegata in un’agenzia di viaggi e ha sentito che era tempo di cambiare. «L’idea è nata dall’amore che Alessandro e io abbiamo per i libri». Sono partiti così, con tanti dubbi e nessuna esperienza nel settore, proprio mentre cominciava la crisi economica. E sono ancora qui, perché si prendono cura dei libri ma soprattutto, come fanno i librai veri, si prendono cura dei lettori. Lo fanno nell’unico modo possibile: lavorando tanto, tutti i giorni, chiudendosi in negozio persino la domenica insieme al gruppo di lettura che hanno organizzato, concedendosi il lusso di una sigaretta ogni tanto, fumata sul marciapiede parlando di letteratura e di copie da rendere e da ordinare. Lo fanno scegliendo una storia fra mille, leggendola, innamorandesene, parlandone ai loro clienti con trasporto autentico.

«In questo modo, nel tempo, i clienti sono diventati amici» dice Barbara. «Quando abbiamo cambiato sede, in una caldissima giornata di giugno, tanti sono venuti per aiutarci con gli scatoloni» aggiunge. «E quando due anni fa ci siamo sposati, le manifestazioni di affetto sono andate oltre il rapporto che un negoziante ha coi propri avventori. La spinta che ci dà questo quartiere è la nostra forza…».

E poi eccoli, gli avventori. Arrivano in tanti anche per me, per la presentazione di Bellissimo. Lo fanno perché hanno creduto e credono ogni giorno alle promesse di Barbara e Alessandro, credono alle frasi che ho scritto nei miei romanzi, ai libri che trovano qui e che porteranno nei loro appartamenti. Il Tuscolano sta diventando un quartiere di carta, un quartiere fatto di parole, di poesia, di emozioni purissime in un contagio naturale che nasce da un sogno, dall’idea apparentemente folle di due librai, di uno scrittore, che si spande in giro, fiorisce, rende un posto più bello. Bellissimo persino.

Bellissimo come l’unica vetrina della Libreria Risvolti, che è diventata il Messico, lo scatto di una Polaroid, un fermo immagine senza tempo su Mérida e San Juan Chamula, sulle farfalle monarca, su un sombrero arancione e su tutto quello che ho scritto. La lectura es el viaje de los che no pueden tomar el tre c’è scritto sullo sfondo. Mentre lo rileggo, inebriato dalla passione che questi ragazzi hanno messo anche nell’allestire una vetrina, sorpreso dalla gente che affolla la libreria dove le sedie non basteranno per tutti, mentre mi siedo sul divanetto su cui dovrò spiegare ancora una volta di Miguel e della sua bellezza eccezionale, penso che Barbara ha cambiato lavoro, ma poi neanche tanto. La lettura è il viaggio di chi non può prendere il treno c’è scritto sullo sfondo.

Un fermo immagine senza tempo su Mérida e San Juan Chamula, sulle farfalla monarca, su un sombrero arancione e su tutto quello che ho scritto.

Il Tuscolano sta diventando un quartiere di carta, un quartiere fatto di parole, di poesia, di emozioni purissime.

E sono ancora qui, perché si prendono cura dei libri ma soprattutto, come fanno i librai veri, si prendono cura dei lettori.

PUNTATE PRECEDENTI:
1. Come una famiglia (Libreria Pagina 348, Roma).
2. Di passi e passioni (Libreria Ubik, Monterotondo – Roma).
3. Cosa torna indietro (Libreria Moderna, Rieti)

Diario di un viaggio letterario Bellissimo (3). COSA TORNA INDIETRO.

LIBRERIA MODERNA, Via Garibaldi 244 – RIETI.

Si investe così tanto tempo nella scrittura di un libro, così tanta fatica e speranze che poi, quando va nel mondo, resti sospeso ad aspettare di scoprire cosa torna indietro, spesso lasciandoti prendere alla sprovvista. La recensione dell’Avvenire (“Un tema che non trovava, nel romanzo italiano contemporaneo, una forma così netta e profonda”) mi coglie sull’autostrada per Rieti, in un percorso solitario di pensieri e attese. Lo leggo in autogrill e mi ritrovo a cantare ad alta voce sulle note del son cubano, guidando e gridando fra gli Appennini nella carreggiata deserta.

Arrivo con questo stato d’animo alla Libreria Moderna, quasi cento anni di vita, incastonata in un angolo del centro storico di Rieti. “La gente felice legge e beve caffè…” c’è scritto sulla porta. “Cosa mi tornerà indietro da qui?” mi domando aprendola. In fondo alla libreria c’è un bancone da bar, ma per raggiungerlo occorre passare attraverso i libri: come dire che qui gli aperitivi sono un pretesto per passare in mezzo alle storie e scoprirne qualcuna. Dopo pochi passi scopro quella di Andrea Petrini, un libraio sottile come un romanzo breve: lo immagino troppo impegnato a leggere e a parlare di letteratura per perdere tempo a sfamarsi. Mimetizzato fra gli scaffali mi parla di scrittori americani, con un’inflessione reatina dolcissima, e poi, quasi sussurrando, di quando una dozzina d’anni fa ha rilevato la libreria con Silvia Dionisi e di quando, da tre primavere, hanno cambiato sede e installato un bar interno dove volano uccellini di carta. Sento già di volergli bene.

Siamo lì che chiacchieriamo quando compare un altro libraio, anzi due: Marco Guerra e Cristina Navarra, della Libreria Pagina 348 di Roma dove un paio di settimane fa ho battezzato Bellissimo. Spuntano all’improvviso, spalancando la porta d’ingresso come due lettori qualsiasi e invece si sono fatti un paio d’ore di strada, traffico compreso, solo per tornare a sentire cose già sentite. “Avevamo voglia di staccare dal lavoro” dice Marco “e ci hai lasciato troppe emozioni…”. Poi si siedono in prima fila e mi ascoltano parlare di Bellissimo per un’altra ora davanti a una decina di persone sparse fra alcune sedie vuote. “Erano undici” rettifica a fine presentazione Marco, che coi numeri ci campa, “ma stasera gli hai venduto anche il tuo prossimo romanzo”.

Sorrido e mi domando se è questo il motivo per cui vado in giro e faccio chilometri a raccontare dei miei libri, se in fondo è questo che sono: il venditore delle mie storie. In un certo senso sì, ma quello che mi sposta, più di tutto, è il desiderio di vivere intensamente e allungare questo viaggio, continuare a incontrare persone come Andrea, come Marco, che si svegliano ogni mattina per il sogno di regalare sogni alla gente. Lo faccio per il gusto che mi dà ascoltarmi e sentirmi ascoltato, per le parole che mi regalano i lettori mentre lascio una dedica fra pagine che smettono di appartenermi per diventare loro. Lo faccio, insomma, proprio per tutto quello che mi torna indietro: da Rieti, in particolare, la voce di Paola Corradini, una lettrice che ha quattromila libri a casa e che ha accettato di moderare la presentazione per essersi innamorata di Miguel e Santiago. Si capisce da come ne parla prima, durante e dopo. “Leggere è come andare su una spiaggia a raccogliere sassolini” mi dice a fine serata mentre brindiamo. “Ne raccogli tanti, ma poi ne scegli uno” aggiunge stringendo fra le braccia tatuate la sua copia di Bellissimo.

Prima che finisca tutto Andrea Petrini quasi si scusa per non essere riuscito a coinvolgere un po’ di gente in più. Lo fa con un filo di voce e sembra si stia accollando pure la colpa del terremoto che da queste parti ha svuotato parecchi centri cittadini. A me verrebbe voglia di prenderlo e portarmelo via, averlo accanto sulla strada del ritorno fra gli Appennini, solo per poterlo ascoltare ancora.

Lo immagino troppo impegnato a leggere e a parlare di letteratura per perdere tempo a sfamarsi.

Un bar interno dove volano uccellini di carta.

Mi domando se in fondo è questo che sono: il venditore delle mie storie.

“Leggere è come andare su una spiaggia a raccogliere sassolini” mi dice mentre brindiamo.

PUNTATE PRECEDENTI:
1. Come una famiglia (Libreria Pagina 348, Roma).
2. Di passi e passioni (Libreria Ubik, Monterotondo – Roma).

Diario di un viaggio letterario Bellissimo (2). DI PASSI E PASSIONI.

LIBRERIA UBIK, Via Adige 2 – MONTEROTONDO (Roma).

A Monterotondo arrivo in treno. E’ un pomeriggio di sole e, per il gusto di scalare il monte, ho rinunciato al passaggio che mi offriva la libreria (“Se è rotondo…” ho pensato), così carico lo zaino in spalla e cammino. Questa cosa di andare a piedi incontro o intorno alle emozioni letterarie è quasi un rito. Sei anni fa scesi alla stazione Termini per firmare il primo contratto con E/O e trascinai il trolley per cinque chilometri, solo per allungare il momento. E alla firma del contratto per Bellissimo, dopo una cena di settembre in Piazza Navona con l’editore, conservai il biglietto del tram in tasca e vagai a piedi per tre ore nella notte romana.

Mi presento così anche alla Libreria Ubik, che è una macchia arancione – la vetrina è tutta per Bellissimo – ai piedi del borgo vecchio, ma traboccante di gioventù ed energia: dentro fanno tutto tre ragazzi che dimostrano meno di trent’anni e tira un’aria fresca, di libertà e passione. C’è Emiliano Di Gregorio, che ha baffi da uomo su un viso da adolescente; c’è Giulia Cavallini, che sull’asfalto fuori dalla libreria ha disegnato una chàcara con gessetti colorati; e poi c’è Chiara Calò, che ha letto il romanzo due volte e mentre me ne parla, mentre lo presenta alla gente senza misurare le parole, mi porta dentro la sua nuvola, dove c’è la storia che ho raccontato, e mi ci fa immergere e poi smarrire.

Le è piaciuto così tanto e lo racconta così bene che vorrei alzarmi per sedermi in mezzo al pubblico, composto di sole donne, per ascoltarla e basta. Poi invece raccolgo la voce, faccio quello che devo fare, e mentre osservo questo gruppo di signore assiepate sulle seggiole davanti a me ancora mi sovviene la scena di Clarabella Sanchez e delle massaie raccolte insieme nel piazzale dei Moya. E penso che non ce la farò mai a scrivere quel libro sul calcio che vorrei scrivere un giorno: perché se Mèrida è femmina anche l’Italia che legge sembra esserlo e la Monterotondo che legge certamente lo è. Mi ascoltano con lo sguardo delle madri e delle sorelle dalla prima all’ultima frase.

E’ tutto talmente femminile e delicato e intenso che finisce troppo in fretta. Poi Chiara Calò dice: “Ti inviterei a cena ma ho un impegno importante”. La guardo: “Ma no, figurati”. Esco, faccio mezzo chilometro e sento squillare il telefono. E’ Chiara. “Non è vero” dice. “E’ che stasera c’è Juventus – Barcellona”. Allora penso che invece una speranza c’è, di scrivere quel libro sul calcio, prima o poi. Finiamo a mangiare in un posto dove al muro sta appesa una televisione con la partita e per tutta la sera parlo di letteratura guardando Chiara Calò che guarda la Juventus con la stessa passione con cui raccontava del romanzo, anzi di più. “Bellissimo” dice a un certo punto, riferendosi al fantasista bianconero Dybala. Poi la partita finisce. “Dov’eravamo rimasti?” sospira.

 

Sull’asfalto fuori dalla libreria ha disegnato una chàcara con gessetti colorati.

Lo presenta alla Monterotondo che legge, che è femmina, senza misurare le parole.

Una macchia arancione – la vetrina è tutta per Bellissimo – ai piedi del borgo vecchio.

PUNTATE PRECEDENTI:
1. Come una famiglia.

Diario di un viaggio letterario Bellissimo (1). COME UNA FAMIGLIA.

LIBRERIA PAGINA 348, Viale Cesare Pavese 348 – ROMA.

Arriviamo in quattordici, partiti da Venezia con le valige di cartone. Sbarchiamo davanti alla libreria Pagina 348, nella zona EUR di Roma, a bordo di due NCC neri. C’è gente affacciata alle finestre del quartiere che guarda la scena mentre i librai, Marco e Alessio Guerra, Cristina Navarra, Rosalba Monte, ci fissano stupefatti dall’ingresso. Scendo io, la fidanzata, la madre, il padre, il fratello, la sorella, due cognati, due cognate, due nipotini di otto e cinque anni, un paio di amici.

In vetrina ci sono farfalle di carta che svolazzano, arrivate dal Messico sospinte da un vecchio ventilatore. Oltre la vetrina ci sono invece quindici quadri ispirati a Piccola Osteria senza Parole e una ragazza dai capelli verdi che sorride. Si chiama Chiara Giacobbo. Mi presenta ai pittori, l’esperienza dei dilettanti e lo spirito dei professionisti, che si mettono in fila e per spiegare coi loro disegni quello che ho scritto tre anni fa. Lo capisco solo adesso. Sale un’emozione densa come la tempera dei loro colori, gialla dei campi di grano di Scovazze. L’emozione di chi ha dipinto, l’emozione di chi ha scritto, l’emozione di chi guarda e ascolta le loro descrizioni, le mie. Questa esperienza mi riporta indietro e mi spinge avanti, in un modo che può sapere solo chi l’ha vissuta (Fabio Stassi, un anno fa) e chi avrà la fortuna di viverla ancora. Le idee di Marco Guerra muovono i libri e le persone, fanno sbocciare in mezzo a una stanza quadri che finiranno nel salotto di mio padre, sopra a un divano di pelle rosso e davanti ai miei occhi per sempre.

Poi Marco Guerra mi spinge sulla seggiolina dove ha intervistato tutti i i più grandi. Anzi, psicanalizzato. Perché lui non chiede del libro, chiede di te: vuole sapere perché ho scritto Bellissimo, come diavolo mi è venuto in mente. Più che un libraio è un curandero, come Sancho Molina. “Scusate” mi verrebbe da dire. Poi lo guardo: si è lasciato crescere un po’ di pancia per appoggiarci sopra i libri mentre ne parliamo, come su uno scaffale, e mi sembra uno sforzo che merita di essere onorato. Così tiro un sospiro e dico tutto, ma proprio tutto, abbandonandomi alle sue domande davanti al pubblico che affolla lo spazio intorno a noi. Lo faccio senza filtri, ascoltando le parole che ho da dire su questo romanzo, su questi fratelli, su quello Bellissimo dei due, sul bambino che ero e sull’uomo che sono diventato.

A un certo punto il silenzio è così profondo che sento le mie frasi cadermi intorno, depositarsi sulle cose, sulle persone, cadere dentro le persone. Quello è il momento in cui mio padre indossa gli occhiali scuri per piangerci sotto. Quello il momento in cui mia nipote, che sta dritta davanti a me, raccoglie le lacrime che verserà due sere più tardi, bevendo una tazza di latte. Quello il momento in cui mia sorella porta le mani in grembo e trattiene il respiro per ascoltare. E quello il momento in cui le cose che ho scritto, le cose che racconto e le cose che succedono diventano tutt’uno e il romanzo diventa vita, la mia, di Marco Guerra, dei pittori e della famiglia del Sud venuta dal Nord.

In prima fila ci sono Sandro Ferri e Sandra Ozzola, i miei editori. Sono accorsi per sedersi sulla loro sedia come le signore di Mérida nel piazzale dei Moya e d’un tratto Sandro Ferri si alza in piedi, afferra il microfono e dice qualcosa, ma a me pare che cominci a cantare. Una canzone quasi d’amore, struggente, con un’intonazione perfetta, che ascolto tremando. Il realismo magico esiste. Quando tutto finisce c’è una fila di gente che chiede una firma sul libro, c’è mio fratello che mi regala il sorriso più bello e c’è Cristina Navarra che cede alla bellezza, apre un cassetto e gli mette in mano quattordici biglietti della metropolitana. Poi c’è Marco Guerra che organizza una carovana di macchine per noi. “Semo forti” dice per salutarmi, sul marciapiede davanti alla fermata della metro. E allora lo abbraccio, gli affondo addosso, e mi sembra di sentire che nella sua bottega dei miracoli, sopra quella seggioletta di legno, mi abbia per davvero guarito da qualcosa.

 

Mi spiegano coi loro disegni quello che ho scritto tre anni fa. Lo capisco solo adesso.

Per appoggiarci sopra i libri mentre ne parliamo, come su uno scaffale.

Una canzone quasi d’amore, struggente, con un’intonazione perfetta, che ascolto tremando.

E quello il momento in cui il romanzo diventa vita.