All’inizio di tutto, nella “prima” zona rossa, il coraggio dei lavoratori di Poste italiane.

Per spiegare qualcosa conosco un modo soltanto: raccontare storie. In questo articolo, scritto per Poste News, la storia dei lavoratori di Poste che, all’inizio della pandemia, nella “prima” zona rossa, si sono messi a disposizione per dare un servizio alla gente.

C’è un cielo grigio, lunedì 2 marzo, sopra CODOGNO. C’è un cielo grigio sopra la zona rossa, il primo focolaio del coronavirus: dieci comuni del Basso lodigiano, un’unghia di Lombardia segnata da 35 posti di blocco. Lì dentro, stamattina, si sta dirigendo DONATA. Si è svegliata presto nella sua casa nel Pavese. Sorseggia il caffè con lentezza: lo sa che sarà l’ultimo della giornata – una giornata lunga – perché a Codogno di bar aperti non ce ne sono più. Evita di parlarne ancora col marito Rino e col figlio Stefano: ne hanno discusso abbastanza. Li saluta col sorriso, per ribadire che è tranquilla, che lo sente come un dovere. In auto, per mezz’ora, non pensa a niente e un attimo dopo è già sul ciglio della zona rossa. Esibisce l’autorizzazione per entrare nel paese vuoto, sprangato.

«Riaprire il portone dell’Ufficio postale è stato un sollievo» racconta. È lì per questo, Donata. Ricominciare. Quando gliel’hanno chiesto, se se la sentiva, non ha avuto esitazioni. Anche se quell’ufficio non era più il suo da anni, da quando aveva lasciato la direzione di Codogno per quella di Casalpusterlengo. Ricominciare. Il primo giorno lavorativo del mese, peraltro: quello delle pensioni, mica uno qualsiasi.

«Sapevo che per gli anziani sarebbe stato importante…». Lo dice con la mascherina sul viso, come un supereroe che non vuole rivelare la propria identità. Ma poi gli abitanti di Codogno la scoprono, la riconoscono.
«Grazie che è venuta…» le sussurra commosso qualcuno. Anche l’emozione è un virus. Si spande intorno, contagia. E, nell’ufficio riaperto, Donata si sente a casa. Anzi, forse più al sicuro che a casa, dove il flusso televisivo delle notizie sull’epidemia la inquieta.
«In ufficio ho la sensazione di stare in una scatola, mi sento protetta».
Una signora di settant’anni a un certo punto non resiste: prima di alzarsi per andare, allunga una mano verso di lei, violando le norme sanitarie, solo per toccarle un braccio. Forse per assicurarsi che sia in carne e ossa, che non sia una visione, o per dirle grazie anche fisicamente, con un gesto. Come si faceva prima del virus. Una settimana fa, che sembra un secolo.

C’è un cielo grigio, lunedì 2 marzo, anche sopra SOMAGLIA. Pare che stia per piovere. Laura uno sguardo ce lo butta pure verso le nuvole, mentre percorre i dieci minuti di strada che da Guardamiglio, dove vive, la portano all’Ufficio postale che dirige; ma le nuvole, come il Covid-19, non bastano a fermarla. Ha voluto esserci, LAURA. E ci ha messo poco a spiegare al marito Fausto, alla figlia Giulia: la conoscono troppo bene per pensare di frenarla. Così preme sull’acceleratore. In paese la stanno aspettando.
«Somaglia fa quattromila abitanti: conosco tutti, ci si chiama per nome». E dunque, dopo quarant’anni di servizio, eccola ancora in prima linea.

Si stringe la mascherina intorno alla bocca, disinfetta le mani col dispenser di antibatterico e, uno alla volta, serve tutti. Anziani, ma non solo. Anche giovani che – con le banche e i tabaccai chiusi hanno bisogno di una ricarica telefonica, per contattare i parenti in un momento tanto delicato. «Le persone hanno una necessità. Mi sembrava giusto esserci» spiega. Nei giorni successivi farà così tante volte dentro e fuori dalla zona rossa che a un certo punto, al check-point, un carabiniere la riconosce al volo.
«La signora delle Poste!» esclama, con un sorriso.

E alla fine la pioggia arriva. Cade, leggerissima, sopra SAN FIORANO, dove la gente attende il proprio turno fuori dall’Ufficio postale. La Protezione Civile organizza il transito. All’interno, come per gli altri uffici riaperti, l’ambiente è stato sanificato, compresi i filtri dell’aria. Un’aria che resta purtroppo pesante, sia dentro che fuori, per la quantità di domande che si porta dietro. Una in particolare, inevitabile: davvero andrà tutto bene?

Se l’è fatta pure FABIO, quella domanda. Il direttore della sede di San Fiorano ha appena 28 anni e se l’è fatta, quella domanda, per un motivo in più: la sua compagna Valentina (vice-direttrice all’Ufficio di Casalpusterlengo) è al sesto mese di gravidanza. Aspettano una bambina. E però la risposta che si è dato, che si sono dati, è una soltanto.
«Sì, andrà tutto bene. Andrà tutto bene». Per questo Fabio c’è. Per i pensionati privi di carta libretto del piccolo centro di San Fiorano. C’è anche stamattina, gli occhiali sul naso, fra la mascherina e i riccioli neri, e un entusiasmo e un’umiltà vibranti.

«Non mi sento un eroe. Gli eroi sono solamente i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari e della Protezione Civile e le forze dell’ordine». Eppure a guardarlo dietro la scrivania, col gel disinfettante accanto alla tastiera del computer, così giovane e con questa paternità in arrivo, viene da pensare che abbia fatto la scelta più difficile di tutte, perché lui poteva scegliere di rinunciare e perché aveva qualcosa in più da perdere.

«Non vedo l’ora che finisca tutto, che si torni alla normalità. Qui ci sono stati tanti morti. Mi viene da piangere ma dobbiamo andare avanti» dice. Poi prende fiato e sembra, sotto la mascherina, ritrovare coraggio.
«Non vedo l’ora che arrivi luglio per abbracciare mia figlia…».
Si chiamerà Lavinia. E forse un giorno lavorerà alle Poste.

Massimo Cuomo
(articolo per Poste News, aprile 2020)

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