Diario di un viaggio letterario Bellissimo (5). L’ESIGENZA DI DIRE GRAZIE.

LIBRERIA ALTROQUANDO, Via del Governo Vecchio 81 – ROMA.

Comincia tutto il giorno in cui il romanzo va in libreria, il 6 aprile. Sono steso sul divano col computer sulle gambe e la musica di Bellissimo nelle orecchie, forse per non abbandonare ancora il Messico, in attesa di scoprire ciò che verrà. É presto, troppo presto per qualsiasi risposta: so che si tratta di aspettare alcuni giorni per toccare con mano gli effetti di quello che ho scritto, che la mia casa editrice ha pubblicato, che un furgoncino ha distribuito nelle librerie, che qualcuno ha scelto in mezzo a un mare di altri libri e portato a casa. É presto, ma vorrei che accadesse subito, che il primo lettore mi chiamasse adesso per dirmi cosa ne pensa, cosa gli piace e non gli piace e perché, se ha capito, se ha sentito.

É presto e invece succede. A metà pomeriggio, come un regalo inatteso, arriva la mail di Flavio Paioletti. Nell’oggetto ha scritto solo: “Bellissimo: grazie”. Dice che lavora in una libreria di Roma, dice che ha appena finito di leggere, dice che ha sentito un’esigenza fortissima di scrivermi, dice che è una cosa che non aveva fatto mai. Poi dice tante altre cose, che parlano del romanzo e parlano di lui e inevitabilmente parlano di me, delle parole che ho messo sulla carta e del perché l’ho fatto e lì dentro mi riportano, fra le parole, complice la musica altissima che mi preme nelle orecchie, facendomi provare un’empatia immediata per questo lettore sconosciuto, per questo estraneo che avrei potuto non incontrare mai e che incontro invece sul ponte della letteratura, nelle pagine di una storia come succede a Santiago con Soledad, con Miguel e con se stesso. C’è Flavio dall’altra parte dello schermo, ma in un certo senso c’è anche mio fratello o almeno qualcuno che gli somiglia. Ci sono io.

La sorpresa, l’attesa premiata, la tensione che si scioglie e poi la musica, proprio come quando scrivevo il romanzo: a metà della lettera di Flavio mi scendono due lacrime che lascio scivolare lungo le guance, a benedire la voce di questo ragazzo che ha sentito il bisogno di dirmi grazie. “Grazie a te, Flavio” gli rispondo. Lui mi scrive ancora, io faccio lo stesso, fino a quando lo spazio si annulla e poche settimane dopo ci incontriamo a Roma, beviamo un paio di birre con lentezza, ci ubriachiamo di vita e di libri e decidiamo di organizzare questa presentazione spalla a spalla, nella libreria dietro Campo dei Fiori dove lavora, l’Altroquando, che è pure un pub e all’ingresso espone la scritta “Siamo molto aperti”.

Una presentazione che non avevo programmato, in un posto che non immaginavo, dove Flavio piazza in vetrina dei cactus e un’amaca. La facciamo esattamente come la vogliamo fare: senza prepararci nulla, dicendo tutto quello che ci viene in mente e soprattutto leggendo alcuni brani sulle basi musicali che ho messo insieme scrivendo, sulla musica che ascoltavo quando è arrivata la sua mail e che ora scorre sotto le mie parole. Leggo per la prima volta Bellissimo in pubblico, in un silenzio che la melodia riempie di significato. Non c’è molta gente ma tutti ascoltano: un paio di avventori del pub che erano lì più che altro per bere; Ilenia, la compagna di Flavio; Silvia e Omar, che suoneranno dopo di noi qualche brano ispirato al romanzo e una manciata di ragazzi venuti per ascoltarli; Alessandro, il proprietario del locale; e poi, su un tavolino laterale, Fabrizio e Gisella, una coppia di lettori che – li riconosco – un paio di anni fa in un paio di altri posti mi avevano ascoltato raccontare e leggere Piccola Osteria senza Parole.

Hanno visto la locandina sulla vetrina dell’Altroquando per caso, passeggiando per la via nella sera di Roma. Sono entrati, mi hanno salutato, ora sono lì. E a un certo punto, mentre sto leggendo un passaggio più intenso di altri, che li raggiunge e sembra toccarli, alzo lo sguardo e con la coda dell’occhio rubo un frammento di intimità: Fabrizio solleva la mano dal tavolino e la porta sopra la mano di Gisella, come non potesse farne a meno, come sentisse la necessità di condividere fisicamente il momento con lei. Abbasso il capo, riprendo a leggere e mi domando se Flavio abbia visto, mi chiedo se si sia reso conto anche lui di quanto ci abbia portato lontano la sua esigenza fortissima di scrivermi, l’esigenza che ha sentito di dire grazie.

Dice che lavora in una libreria di Roma, dice che ha appena finito di leggere, dice che ha sentito un’esigenza fortissima di scrivermi, dice che è una cosa che non aveva fatto mai.

Una presentazione che non avevo programmato, in un posto che non immaginavo.

Dove Flavio piazza in vetrina dei cactus e un’amaca.

PUNTATE PRECEDENTI:
1. Come una famiglia (Libreria Pagina 348, Roma).
2. Di passi e passioni (Libreria Ubik, Monterotondo – Roma).
3. Cosa torna indietro (Libreria Moderna, Rieti)
4. Il quartiere di carta (Libreria Risvolti, Roma)

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